Sauris: neve, antichi abeti e maestosi larici

“Domani danno un metro di neve” sorride divertito Augusto, “Non ci credo neppure se lo vedo, ma mi piacerebbe molto”. La notte, qui a Sauris, non mostra stelle e non è dato capire cosa riserverà il mattino. Nella calda camera dell’accogliente chalet ho persino troppo caldo. Alle quattro mi vien quasi voglia di aprire la porta che dà sulla terrazza per respirare il fresco della montagna. Poi mi riappisolo sognando la coltre bianca che mi sprofonda.

Fitta neve secca scende rapida.

Esco dopo una ottima colazione, con uova strapazzate, speck, yogurt, cereali e perfino un bicchiere di spumante per festeggiare il nuovo anno che viene avanti silenzioso tra i fiocchi di neve.

Non è certo un metro, ma la coltre bianca ricopre tutto ciò che è dato vedere, si attacca ad ogni singolo ago di pino, riveste le gemme del larice antico, affonda i muri delle case e ammanta i tetti abbracciando usci terrazze e ballatoi. Scende fitta, impedendo la vista lontana, colorando di grigio il cielo e abbagliando di bianco i piedi.

“Non c’è altro da fare”, mi dico silente infilando le ciaspe e stringendo forte allo zaino il mio snowboard, mentre mi accorgo che un sorriso fanciullo si disegna sul mio viso.

Inizio a salire, sprofondando, ferendo quasi, col mio passo lento, la candida nuova pelle del prato. Il silenzio ha l’odore della neve che si scioglie sul mio viso.

Ma tra un passo e l’altro sento quasi una nenia che dal basso sale e mi avvolge le gambe.

Salgo fino alla sommità della vecchia pista da sci, oramai ferma da anni. Lo skilift nemmeno si vede tra i fiocchi, ma, subito sotto le prime case del paese, numerosi bambini con le slitte giocano gioiosi sotto gli sguardi sereni dei genitori.

La pista è quasi irriconoscibile. Non essendo più battuta ha ampliato i suoi confini fino ad abbracciare tutti i prati attorno e, dilagando, ad arrivare proprio sotto gli alti abeti. Inforco la tavola e scendo sulla prima neve intonsa dell’anno, senza nemmeno un rumore. Apro le braccia. La neve impedisce quasi di vedere e gli avvallamenti nella neve son scoperti dalle ginocchia prima che dagli occhi.

Lasciati andare senza pensare. Lasciati portare dalla neve che scende, che ti culla il viso e ti inclina i piedi. Lasciati portare nel suo dolce peso fino alla fine della valle. La nenia continua a sussurrare.

Ma i forti abeti chiudono il passo. Devo togliere la tavola e riiniziare a salire con le ciaspe che porto sullo zaino. La vecchia pista non è lunga, lo sa, ma vuole fare la sua parte quest’oggi.

Prendo la pendenza più aspra, diritto salendo, quasi a sfidarla. Lei ride, nevicando.

Arrivo di nuovo a sentire le grida dei bimbi, intravedo il paese. Scendo di nuovo più rapido e più convinto, giro a sinistra e entro nel bosco, poi con un piccolo salto atterro sul pianoro circondato dai fusti muti.

Ancora sento la nenia che sale nell’immobile silenzio, mi guardo attorno. Solo antichi abeti e imperiosi larici osano sfidare la neve. Io, piccolo, ancora riparto in salita. Oramai sudato e colmo di neve bagnata. Ancora una discesa, ancora una salita. Come un tempo lontano, meritando ogni metro sciato. Dando dignità a una vecchia pista che attende.

Il respiro diventa affannoso alla quarta salita e nel rimettere ancora la tavola ai piedi, la nenia si sente più forte.

Quasi più non si vede d’attorno mentre la neve continua a cadere. Le impronte spariscono da una salita all’altra e non c’è più limite di orizzonte o di cielo.

Scendo per l’ultima volta. Tendo l’orecchio. La nenia mi insegue tra i fiocchi bianchi e tra i rami che schivo. Fino a che ancora arrivo nel basso pianoro circondato da abeti.

Mi siedo stanco sulla neve e finalmente ascolto.

Ora sai chi sono, ora sai perché, quanto grande è il mio abbraccio, quanto forte il mio orgoglio di terra, impavida e tenera. A lungo ho aspettato la neve, a lungo ho sognato ancora giochi di bimbi e arditi sciatori. A lungo ho atteso. Oggi finalmente posso cantare perché sono stata esaudita. Ancora ho aperto il mio bianco lenzuolo per far giocare e divertire bambini grandi e grandi piccini, per far svanire nell’umido mio sonno i loro pensieri e per richiamare al tempo immoto senza dolore. Sono una vecchia pista abbandonata di montagna. Sono il ricordo di un paese di uomini forti e coraggiosi. Sono l’emblema di una terra che attende. E che regala stupore senza nulla chiedere.

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