Il vecchio mulino di Stremiz

Ancora una volta l’arrivo a Stremiz, lungo la stradina che sale da Faedis, è un tuffo al cuore. Il vecchio borgo, ricostruito ad arte dopo il terremoto, avvolto e quasi inghiottito dal bosco mi accoglie silenzioso, facendomi entrare in un mondo antico di secoli, facendomi tornare bambino, quando andavo incontro a mio nonno che abitava nella vecchia casa di sasso nel bosco sopra Magnano in Riviera.  Ma quella casa non c’è più. Queste invece ci sono ancora. E posso respirare la stessa aria.

Roberto mi viene incontro con la solita cordialità. Mi ha chiamato per “raccontare il legno” ai suoi allievi. “La lezione si fa nel bosco, stiamo ricostruendo il vecchio mulino”.

Roberto è un architetto famoso e molto bravo, ma quando guardo le sue mani callose, i pantaloni sporchi e l’auto piena di fango e strumenti di ogni genere penso che tutti gli architetti dovrebbero essere così. Dovrebbero saper costruire. Con le loro mani. Lui in realtà “ricostruisce”. Come un tempo. Sta recuperando lo splendido Castello di Cucagna con le stesse tecniche di costruzione che si adottavano nel medioevo. E le insegna. Insegna a ragazzi di tutto il mondo come si restaura un muro vecchio di secoli, come si fa la calce, come si diventa “maestri d’ascia”, come si squadra un albero partendo dal tronco. E mi ha chiamato per spiegare a questi ragazzi che vengono da ogni parte d’Europa, quale legno è migliore, quando si deve prelevare, come si deve usare.

Con l’auto ci addentriamo lungo una strada sterrata. “Eccoci, quello è il vecchio mulino, stiamo rifacendo le scale e il ponte”. Sotto di me, sulle sponde del torrente Grivò, in un piccolo pianoro, un vecchio mulino, perfettamente restaurato. Le vecchie pareti in pietra e calce, il tetto anch’esso in lastre di pietra. Il sentiero con pali di castagno e acacia per agevolare il cammino. Mi avvicino stupito. Guardo il ponte in pali di acacia  scortecciati. “Ecco vedi ora dobbiamo inchiodarli ai travi. Stiamo facendo i chiodi.” Mi dice sereno, come fosse la cosa più maturale del mondo Roberto. “Come state facendo i chiodi?” “Certo, un tempo i chiodi erano di legno, così sto insegnando ai ragazzi come si fanno. Poi con questi chiodi fisseremo i pali sui travi e il gioco è fatto”.

Chiodi di legno nel 2017, sembra incredibile, quasi un sogno. Ma ho visto realizzare da Roberto cose incredibili negli anni. Sotto i verdi rami, all’aperto, tengo la lezione sugli alberi e sulle fibre del legno, su come si tagliano e quando è meglio usarli. I ragazzi ascoltano attenti e nella pausa diventiamo già amici e li sfido a correre sui tronchi. Naturalmente vincono loro! Ma la sorprese non sono finite. “Vieni a vedere il torrente. Per evitare di non avere acqua nei periodi di siccità, avevano scavato dei piccoli laghetti e costruito delle chiuse in legno”. Roberto mi mostra i fori degli antichi pali, le pareti di roccia intagliate, i limpidi specchi di acqua fredda che riflettono le fronde ombrose. Penso al sudore e alla passione di quegli uomini antichi. Al loro lavoro. Al lavoro di questo architetto con la A maiuscola. Alla sua passione. Alla sua fatica. Alla sua fiducia nella gioventù e nel futuro. Alla sua cocciutaggine nel voler tramandare la storia e gli antichi mestieri. Alla magia di questa valle incantata. Ai suoi elfi e alle sue fate-agane. Sotto il ponte di roccia il rumore dell’acqua racconta storie antiche, fiabe e leggende.

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